16 ottobre 1943 - 16 ottobre 2018:                  per non dimenticare

La Fondazione "Amici di Giovanni Palatucci" ricorda questa data funesta

per la Comunità ebraica e per l'Umanità

 

 

 


Inno a Giovanni Palatucci


27 aprile 2018:                                                Buon Compleanno, Don Pietro!

Il CdA della Fondazione "Amici di Giovanni Palatucci" augura al nostro Presidente Emerito i migliori auguri di Buon Compleanno


Giovanni Palatucci: principi etici e valore della persona

di Gianluca Giorgio

Un sistema giuridico rappresenta un insieme organico di norme con un’unica finalità: il bene dei consociati. Ciò è espresso nell'articolo 2 della Carta Costituzionale, il quale recita che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

 

Tale premessa è utile per richiamare l'attenzione sull'attività giuridica di un funzionario dello Stato Italiano, il quale ha speso la propria esistenza per confermare quanto esposto: Giovanni Palatucci (1909-1945). Quest'uomo, ultimo questore reggente di Fiume, ha speso la sua esistenza per salvarne delle altre, trovando la morte, nel campo di concentramento di Dachau.

 

Ma se c'è qualcosa che merita di essere sottolineato nel pensiero di questo uomo, è che tramite il suo lavoro ha confermato l'esigenza di testimoniare i principi cattolici ed etici, più grandi di quelli imposti dal regime nel quale si trovava ad agire, in qualità del giuramento prestato.

 

Ci vogliono dare ad intendere che il cuore sia solo un muscolo, e ci vogliono impedire di fare quello che il cuore e la nostra religione ci dettano”. In tale espressione di Palatucci è espresso un principio giuridico che la cultura normativa accoglierà solo nel 1945. Questo si esterna nel fatto per cui non obbedire ad una legge, considerata ingiusta, non configura un atto illegittimo, bensì rappresenta un diritto ed un conseguente dovere. Tale enunciato è alla base delle formule di Radbruch, le quali pongono in comparazione la forza coattiva di una norma, apparentemente legittima, con una non scritta, inserita nei postulati etici del diritto.

 

L'enunciato è alla base della coscienza giuridica pluriordinamentale. Ne sono un esempio i principi affermati nei processi di: Norimberga (1946); di Tokyio (1948); della ex Jugolsavia (1994); del Ruanda (2008). In questi si è fatto palese il diritto della parte che resiste ad un ordine dato dall'autorità, in vista di un valore più grande: la salvaguardia all'esistenza della persona umana. L'ordinamento giuridico, ai sensi dell'articolo 10 del dettato costituzionale, ribadisce questa lettura costituzionalmente orientata delle norme sovranazionali, con l'affermare che “l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”.

 

In combinato disposto con il precedente assunto è utile osservare che l'articolo 11 della medesima fonte, ritiene che ”l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

 

In similitudine con quanto espresso, di ciò c'è un esempio, anche nel sistema penale. Nel codice penale, all'articolo 54 si legge che “non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto nella necessità di salvare se od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non voluto volontariamente causato, ne altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo”. Tale è lo stato di necessità, il quale scrimina, come non antigiuridico un atto compito per salvaguardare l'esistenza propria o altrui.

 

Appare allora chiarissimo come esistono delle norme, presenti nel bagaglio, culturale e sociale, che meritano di essere rispettate per un principio etico. Giovanni Palatucci ha applicato tali principi giuridici, contribuendo con la propria attività a salvare l'esistenza di molte persone. Il contenuto etico della norma ed il valore della persona, affermati dall'autore, con il suo operato, ha anticipato ciò che la cultura giuridica, dopo il secondo conflitto mondiale, affermerà nell'abbondante giurisprudenza della Corte Internazionale per i diritti dell'uomo. A conferma di ciò, è utile osservare che Giovanni Palatucci, nella propria tesi di laurea, dedicata al rapporto di casualità (1932) afferma che “il diritto infatti indaga le cause ultime dei fenomeni, che cadono sotto il suo magistero, ma ricerca solo quelle, che abbiano leso determinati beni da esso protetti”.

 

Tale enunciato ribadisce che il centro della norma giuridica è la tutela di quei beni che l'ordinamento vigente reputa tali (espressi nella sacralità di quei principi, presenti nella Carta costituzionale). Ciò significa attribuire un valore metagiuridico, all'enunciato normativo.

 

Giovanni Palatucci, con la sua attività e con il dono della sua esistenza, ha confermato la coerenza con i principi cattolici che non sono scritti solamente sulla carta ma in un ordinamento trascendente per la tutela dell'umanità.

 


L'ultimo questore reggente di Fiume: Giovanni Palatucci

di Gianluca Giorgio

Nel corso della storia della Chiesa vi sono sempre stati dei  testimoni che hanno speso la propria vita, per la diffusione del Vangelo. Tra questi vi è stato anche Giovanni Palatucci (1909-1945).

 

Splendido testimone del Cristo, è stato l'ultimo questore reggente di Fiume e per mezzo di tale ufficio amministrativo ha avuto la possibilità di salvare molte vite umane, messe in serio pericolo, dalla promulgazione della leggi razziali (1938) nell'Italia allora governata dal regime fascista.

 

Giovanni Palatucci, originario di Montella (AV), conseguita la maturità classica a Salerno, si laurea in Giurisprudenza nel 1932 con una tesi sul nesso di causalità nel diritto penale. Questo, discusso nella Regia Università di Torino, rappresenta il lavoro compiuto non solo da uno studente, bensì di un appassionato cultore del diritto penale. In esso, sono trasfuse non solo le competenze giuridiche, sull'esatta valutazione ermeneutica dell'istituto, bensì una ben documentata ed approfondita ricerca sulla materia che mostra le doti di attento conoscitore del mondo giuridico, oltreché di studente con una salda preparazione per essere al suo primo lavoro di ricerca.

 

Terminati gli studi effettua il tirocinio pratico per divenire avvocato. Ma, per differenti questioni personali, sceglie di entrare nella Polizia di Stato. Effettuato il consueto tirocinio, prestò giuramento nel 1936 in qualità di vice commissario, dopo una breve parentesi a Genova, è inviato a Fiume, con l'incarico di  responsabile dell'ufficio stranieri, in seguito vice commissario in prova della città, all'epoca italiana.

 

In tale attività il giovane funzionario di Pubblica Sicurezza dà quanto ha di più importante nella vita: il cuore, l'intelligenza e la sua stessa esistenza. Con tenacia, passione ed accuratezza, salva la vita di molte persone, colpite dalla promulgazione delle leggi razziali, inventandosi le più ardite attività. Concede visti ed ogni altro documento amministrativo, necessario e diretto a tal fine, organizza aiuti materiali ed ogni genere di dolore, trova bussando alla porta del suo ufficio, non solamente un orecchio attento all'ascolto, ma una mano che dona, con coraggio, quanto occorre senza badare a pericoli. Nipote del Vescovo di Campagna, Mons. Palatoci, in quella terra invia molte persone in cerca di un luogo sicuro dove rifugiarsi. Non ha paura, non si tira indietro, non cerca scuse. Ama Cristo e questo gli basta. A chi tra i suoi fedelissimi domanda il perché fa tutto ciò, dice che la propaganda politica vuole far credere che il cuore è solo un muscolo invece è il centro di un amore più grande. Quello di Cristo per l'uomo che sulla strada di Emmaus, incontra i due discepoli per ricordar loro, questo sentimento di infinito che lega Dio alla sua creatura, con un amore con assume i stessi requisiti del donante: infinitezza, assolutezza e pienezza.

 

Arrestato per la propria attività, verrà deportato nel campo di concentramento di Dachau dove troverà la morte nel 1945. Aveva 36 anni.

 

I testimoni della sua prigionia, lo ricordano come una persona, molto serena anche se malato e sofferente. Il 15 maggio 1995 il Presidente della Repubblica Italiana Oscar Luigi Scalfaro gli ha conferito la medaglia d'oro, al merito civile con la seguente motivazione: «Funzionario di Polizia, reggente la Questura di Fiume, si prodigava in aiuto di migliaia di ebrei e di cittadini perseguitati, riuscendo ad impedirne l'arresto e la deportazione. Fedele all'impegno assunto e pur consapevole dei gravissimi rischi personali continuava, malgrado l'occupazione tedesca e le incalzanti incursioni dei partigiani slavi, la propria opera di dirigente, di patriota e di cristiano, fino all'arresto da parte della Gestapo e alla sua deportazione in un campo di sterminio, dove sacrificava la giovane vita.» 

 

Nel discorso della montagna, il Cristo afferma  che il cristiano dev'essere come il sale che dà sapore e la lampada che si accende e si mette sul moggio per dare luce (MT.5,1316). Queste brevi espressioni Giovanni Palatucci, non le ha solo ascoltate, ma le ha vissute per rendere piena e coerente la sua vita di cristiano e di uomo, tanto da illuminare, con nuovo vigore, l'umanità bisognosa di luce. Il 21 marzo del 2000 il Vicariato di Roma, ha aperto ufficialmente la causa di beatificazione.

 

 

 


ROMA. CHIESA DI SANT'IGNAZIO DI LOYOLA. SABATO 17 FEBBRAIO 2018.

Concerto in onore del Servo di Dio, Giovanni Palatucci, ultimo Questore di Fiume (italiana), "Medaglia d'oro al valor civile", "Giusto tra le Nazioni".

 


La Storia di Giovanni Palatucci


La figura dell’ultimo questore di Fiume italiana, morto di stenti e sevizie nel campo di sterminio di Dachau nel febbraio 1945, dove era stato internato per aver salvato oltre cinquemila ebrei

di Piersandro Vanza S.J.

 

Piersandro Vanzan – Mariella Scatena,

Giovanni Palatucci -

Il questore “giusto”,

Edizioni Pro Sanctitate, Roma 2004, 152 pp.,

euro 10,00

 

La figura e l’opera di Giovanni Palatucci – ultimo questore di Fiume italiana, nato a Montella (Av) il 31 maggio 1909 e morto di stenti e tra le sevizie a Dachau il 10 febbraio 1945 per aver salvato oltre cinquemila ebrei – lungi dallo sbiadire, ingigantiscono col passare del tempo. Non soltanto per la tenace e riconoscente memoria che ne fanno gli ebrei, ma anche per un qualificato flusso bibliografico, in cui spiccano la recente biografia che il Dipartimento della Pubblica sicurezza ha realizzato, con molte testimonianze e documentazioni inedite, e la monumentale biografia realizzata dal nipote del martire. Del resto consola constatare quanto la memoria del nobile martire Giovanni, a onta di quelli che pensavano ne restasse soltanto il numero di matricola, cresca ogni ora più tanto nelle comunità ebraiche del nostro Paese e del mondo, quanto tra le comunità ecclesiali, le istituzioni e le autorità civili, registrando un aumento di iniziative massmediali e culturali, di titoli in memoria, di intitolazioni di vie, piazze e scuole. L’acme di questo crescendo sta nel processo di beatificazione in corso presso la Chiesa cattolica, con causa intestata al «Servo di Dio Giovanni Palatucci, laico, funzionario della polizia di Stato, martire in odio della fede». 
Sorvolando sul periodo degli studi e del servizio militare, fermiamo la nostra attenzione sugli eventi che, tra il 1935 e il 1937, rivoluzionarono la sua vita. Superati brillantemente gli esami di procuratore legale e iscritto all’albo di Ivrea, pareva realizzarsi il sogno del padre, che lo voleva avvocato in Irpinia, dato che nella zona Giovanni poteva contare su buone relazioni per aprirsi una strada brillante: uno zio vescovo e altri due zii francescani molto conosciuti a Napoli. E invece, deludendo il padre – «mi è impossibile domandare soldi a chi ha bisogno del mio patrocinio per avere giustizia» –, entrò nella Polizia di Stato. Ma fin dal primo incarico, alla questura di Genova, si rivelò un funzionario scomodo per l’ovvia ragione che, intelligente e retto com’era, non poteva accettare le varie disfunzioni, che addirittura denunciò mediante una autointervista pubblicata su un quotidiano locale. Il servo di Dio, infatti, si rifiutava di tradire i princìpi e i valori nei quali credeva. Ma il regime fascista non sopportava le critiche, tanto più se mosse da un funzionario di polizia, sicché fu mandato letteralmente “al confine”. E così il 15 novembre 1937 raggiunse la questura di Fiume, ma quella che doveva essere una punizione si rivelò l’opportunità per realizzare alla grande quell’umanesimo integrale cristiano nel quale credeva fermamente, senza compromessi. A Fiume infatti, come responsabile dell’ufficio stranieri, il servo di Dio accosta con gentilezza non soltanto la varia umanità di quel crocevia etnico-religioso, ma soprattutto la comunità ebraica, progressivamente turbato dalle nubi che si addensano su di essa e la minacciano. Tutt’attorno infatti, nei territori iugoslavi occupati dai nazisti e dagli ustascia croati, infuria l’antisemitismo e Fiume diventa l’ultima via di salvezza per quanti fuggono dai Balcani3. Ma gli eventi precipitano. La follia razziale di Hitler contagia pure Mussolini il quale, preoccupato di rendere credibile l’Asse Roma-Berlino, il 14 luglio 1938 pubblica Il manifesto della razza che, tradotto in legge (17 novembre 1938), segna la fine della relativa tolleranza precedentemente dimostrata verso gli ebrei. In questo frangente emerge in pieno l’animus di Giovanni Palatucci, il quale pronuncia una frase che vale un trattato: «Vogliono farci credere che il cuore sia solo un muscolo e ci vogliono impedire di fare quello che il cuore e la nostra religione ci dettano». Conseguenza: proprio in questura, con l’aiuto di fidati collaboratori, organizza una rete che in vari modi aiuta quanti sono in pericolo. Così proprio lui, che istituzionalmente avrebbe dovuto contrastare la fuga degli ebrei, o li istradava con documenti falsi verso la Svizzera o Israele – allora sotto protettorato inglese –, o più tardi, via mare, sulle coste del Meridione già liberato, o trovava il modo di smistarli nei campi profughi italiani, primo fra tutti quello di Campagna (Sa), dove lo zio vescovo si prodigò non meno del nipote verso i “fratelli maggiori”. Nel frattempo, Giovanni li forniva di strani permessi di soggiorno, per garantire un minimo di sicurezza, o li nascondeva presso famiglie o comunità religiose sicure. In questa epopea della carità, troviamo episodi che hanno del romanzesco e spiegano il vezzo giornalistico di fare di Giovanni lo «Schindler irpino». Come quando, nel marzo 1939, oltre ottocento fuggiaschi dalla Iugoslavia, su una nave greca, erano diretti verso il porto di Fiume, non sapendo che la Gestapo era in agguato. Palatucci, avvertito della trappola, li sottrasse alla cattura raggiungendo la nave in alto mare e dirottandola nella località di Abbazia, dove furono accolti nel locale seminario dall’allora vescovo di Fiume monsignor Sain.

 

In ogni caso è sorprendente che tali azioni di Palatucci mai venissero scoperte dai nazifascisti. Eppure Giovanni lasciava trapelare quanto aveva dentro, come in questo passo di una lettera ai familiari, nel dicembre 1941: «I miei superiori sanno che, grazie a Dio, sono diverso da loro. Siccome lo so anch’io, i rapporti sono formali, ma non cordiali. Non è a loro che chiedo soddisfazioni, ma al mio lavoro, che me ne dà molte». Ritroviamo qui gli stessi ideali e atteggiamenti visti alla questura di Genova, che confermano la sua forte “etica della responsabilità”, che adesso trascolorava nella pietas amorosa verso i perseguitati. Come aveva intuito fin da ragazzo, contro la malvagità dei potenti e la stupidità degli omuncoli, bisogna fare qualcosa e concretamente, anziché sprecare il tempo nei lamenti. L’acme di questo atteggiamento il servo di Dio lo raggiunse dopo l’8 settembre ’43, quando i nazisti si annettono il “litorale adriatico”. Mentre Fiume italiana viene a trovarsi nella paradossale condizione di “alleato occupato”, Giovanni è nominato reggente di una questura fantasma. In quest’ultimo periodo, ecco alcuni fatti che suggellano la grandezza del Palatucci. Anzitutto, resiste alle pressioni del console svizzero a Trieste perché abbandoni Fiume e si rifugi nella Confederazione Elvetica, dove troverebbe ospitalità nella sua casa. Poi, distrugge il materiale relativo agli ebrei custodito negli archivi della questura e, contestualmente, intima agli uffici comunali di non rilasciare alcun documento riguardante quei cittadini senza previa comunicazione al suo ufficio. Abile stratagemma per conoscere in anticipo quali razzie stavano organizzando le SS e poter avvisare in tempo gli ebrei ancora presenti. In questo modo il servo di Dio mandò a vuoto le retate naziste che dovevano inoltrare gli ultimi ebrei ai forni crematori. Infine, le relazioni ufficiali che in questo periodo Palatucci manda alle autorità germaniche e repubblichine hanno del temerario. Sfidando le ripercussioni che poteva subire, il servo di Dio difende apertamente i suoi uomini contro gli abusi e le violenze perpetrate non solo dai tedeschi, ma anche dagli ustascia. Leggendo tali relazioni si evince chiaramente quale incredibile libertà di spirito animasse il funzionario (di soli 36 anni) che le scriveva, e quale fede profonda (e coerentemente vissuta) lo sosteneva. Ma, ovviamente, questa chiarezza provocò tanto la rabbia dei superiori fascisti – dato che evidenziava lo sfascio della Repubblica di Salò –, quanto la brutalità degli “alleati occupanti”. La cui risposta non si fece attendere. La notte del 13 settembre 1944, su ordine del tenente colonnello delle SS Kappler, fu perquisita l’abitazione del reggente e venne trovata copia del piano riguardante lo Stato libero e autonomo di Fiume. Accusato di intelligenza col nemico fu tradotto nel carcere Coroneo di Trieste e, nell’ottobre 1944, istradato a Dachau. Fu l’ultimo suo viaggio, ma alla partenza da Trieste gli riuscì ancora un gesto della sua caratteristica pietas amorosa. Come sappiamo dai testimoni, quando il brigadiere di pubblica sicurezza Pietro Capuozzo apprese del treno che avrebbe portato a Dachau il Palatucci, aiutato da un collega della polizia ferroviaria raggiunse i carri piombati e, camminando su e giù per il marciapiede, lungo i vagoni, discuteva animatamente con l’amico nella speranza che Giovanni lo sentisse e potessero così salutarsi per l’ultima volta. A un tratto gli cadde un bigliettino tra i piedi e sentì la voce di Palatucci: «Capuozzo, accontenta questo ragazzo. Avverti sua madre che sta partendo per la Germania. Addio». Raccolto sul binario della morte, quel bigliettino – con indicate famiglia e via di Trieste – resta l’ultimo segno e come il testamento spirituale di un funzionario che letteralmente ha speso tutta la vita per gli altri. 

 



Giornata della Memoria 2018


Venerdì 13 ottobre 2017

Convegno: Quale etica dell’agire pubblico? Un codice morale del Civil Servant

 

L'intervento del Presidente della Fondazione Vitale Savio s.j.

 

(Per seguire l'intervento di p. Vitale Savio, cliccare sull'immagine)


Convocazione CdA il 6 ottobre 2017



Variazioni della composizione del Consiglio Direttivo della Fondazione

     Si comunica che in data 13 giugno 2017, il Consiglio Direttivo ha eletto p. Vitale Savio s.j. Presidente della Fondazione, in sostituzione del compianto dr. Rolando Balugani ed ha integrato il cav. Massimo Petrassi come Consigliere.

Il nuovo Consiglio risulta così composto:

 

Vitale Savio – Presidente

Sergio Raimo – Segretario

Emilio Paterlini – Tesoriere

Pietro Iotti – Consigliere

Massimo Petrassi – Consigliere


Il Presidente della Fondazione, Rolando Balugani è tornato alla Casa del Signore

Dopo una grave malattia che lo aveva colpito da alcuni mesi, questa mattina, 13 aprile 2017, il Presidente della Fondazione "Amici di Giovanni Palatucci", Dott. Rolando Balugani, si è spento nella Grazia del Signore. Alla famiglia del tanto stimato storico e uomo di legge,  il Presidente Onorario, mons. Pietro Iotti, il vice Presidente ed il Consiglio direttivo e tutti i componenti della Fondazione, esprimono tutto il loro cordoglio e la loro cristiana vicinanza.


Nominato il nuovo Postulatore della causa di beatificazione: è il gesuita Pascual             Cebollada Silvestre s.j.

Come noto la Compagnia di Gesù ha in affidamento la causa di beatificazione del Servo di Dio Giovanni Palatucci ed è di oggi la notizia che padre Pascual Cebollada Silvestre è il nuovo Postulatore Generale della Compagnia di Gesù, ed assumerà l’incarico dal 1° settembre p.v., in sostituzione del R.P. Anton Witwer S.J.

 



Un Questore "Giusto tra le Nazioni" di Rolando Balugani

da il "GIORNALE MODENESE - n. 426 febbraio 2017





Monsignor Pietro Iotti festeggia i 70 anni di sacerdozio!

Domenica 8 maggio 2016 ricorre il 70.mo anniversario di sacerdozio di Monsignor Iotti. Al Fondatore dell'associazione Giovanni Palatucci e della Fondazione "Amici di Giovanni Palatucci" il Presidente Balugani, i Consiglieri ed i tanti amici del grande Don Pietro formulano i migliori auguri per questo importante ed ambito traguardo raggiunto!

 

Il C.di A. della Fondazione "Amici di Giovanni Palatucci"


Convegno. “ Palatucci e Bartali: storia del coraggio silenzioso di una divisa e di una bicicletta.La Polizia di Stato e lo sport, i valori sociali, etici e di legalità”

Sala multimediale Tele Liguria Sud

Piazzale Giovanni XXIII Giovedì 12 Maggio 2016 - Ore 10,00


Nazismo. I casi di Kusterer e Reder, da criminali di guerra a «cittadini modello»

di Nazareno Giusti - Pubblicato su Avvenire.it - Agorà


 

 

Un libro dell’ex magistrato

e storico Balugani ripercorre

la vicenda processuale,

militare e penitenziaria

dei due Ss responsabili

della strage di Marzabotto

che non hanno mai  

mostrato reale pentimento 

 

 

Sono rimasto inorridito nell’apprendere che il criminale nazista, Wilhelm Ernest Kusterer, fra i responsabili dell’eccidio di Marzabotto, è stato premiato dalla città di Engelsbrand, in Germania, come "cittadino modello". Stupisce che il sindaco non conoscesse, o fingesse di non conoscere, i precedenti del suo concittadino, che dal 2005 al 2007 è stato processato presso il tribunale militare di La Spezia». Così ha dichiarato ad Avvenire Rolando Balugani, magistrato onorario della Procura di Modena, storico e direttore di "Resistenza e antifascismo oggi", che per i suoi lavori sull’argomento ha ricevuto nel 2013 dei proiettili di minaccia davanti alla sua casa di campagna.

Balugani, figlio di una delle vittime della rappresaglia dei Boschi di Ciano di Zocca, perpetrata dai nazi-fascisti il 18 luglio del 1944, ha studiato il fascicolo processuale di Kusterer per Reder, l’ultimo criminale nazista (liberato dall’Italia), edito da Sigem. «Nel corso del processo – spiega Balugani – la stampa diede ampio spazio alla posizione del criminale nazista poiché il suo difensore, Nicola Canestrini, esordì con un’infelice affermazione: «Se basta essere appartenuti alla Gioventù Hitleriana per

essere corresponsabili della strage allora dobbiamo processare anche papa Ratzinger». Durante le varie fasi del processo, sebbene formalmente convocato, Kusterer si è sempre rifiutato di venire in Italia. Inoltre, la Germania, che non ha mai aderito alle richieste di estradizione di Kusterer e dei complici, si è anche rifiutata di pagare i danni causati dalle Ss ai familiari delle vittime.

Balugani da anni segue le vicende degli ufficiali nazisti responsabili delle stragi italiane. Le vicende di Walter Reder, in particolare, le studia dal 24 gennaio 1985, quando "il boia di Marzabotto" fu liberato dal carcere militare di Gaeta, su ordine dell’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi. Reder si era detto pentito: «In me non c’ è più nulla dell’ideologia che nella mia lontana gioventù avvelenava il mondo». Tranne poi, arrivato in Austria, ritrattare tutto: «Non devo giustificarmi di niente. È stata solo una mossa dell’avvocato». La liberazione di Reder e le sue arroganti dichiarazioni crearono numerose reazioni di sdegno, soprattutto a Marzabotto e Vinca dove lui e i suoi lupi avevano ucciso centinaia tra vecchi, donne e bambini.

"Il monco", così era stato soprannominato Reder a causa dell’arto sinistro perso

in Russia, durante l’operazione Barbarossa, in Italia, dopo aver partecipato all’occupazione di Cecoslovacchia e Francia, comandava il 16° battaglione esplorante della 16esima divisione comandata dal generale Max Simon, scelta da Kesserling per annientare le formazioni partigiane.

Balugani oltre a ripercorrere le vicende di Reder e a dedicare un’ampia parte a quella che lui definisce "Norimberga italiana" (le inchieste della procura militare di La Spezia guidata da Marco De Paolis, in seguito al rinvenimento dell’armadio della Vergogna) approfondisce anche la storia della formazione partigiana "Stella Rossa" che tanto filo da torcere diede ai nazisti comandati da Reder che la sterminarono completamente.

Toccante il ricordo dei vari sacerdoti che aderirono alla formazione partigiana fornendo aiuto materiale e morale. Come don Giovanni Fornasini, che fu ucciso il 13 ottobre 1944 a 26 anni, don Ubaldo Marchioni, che si rifiutò di sfollare, ucciso al termine della messa sull’altare assieme alla madre e alla sorella (anche lui a 26 anni); e don Ferdinando Casagrande, 30 anni, che pagò cara la sua scelta di rimanere assieme ai suoi parrocchiani (in gran parte partigiani).

 

Anche lui ucciso a tradimento, lo trovarono in fondo a un precipizio abbracciato alla sorella. Per tutti e tre i "martiri di Monte Sole", il 18 ottobre 1998, l’allora cardinale di Bologna Giacomo Biffi, ha aperto il processo di beatificazione.



DONATO UN QUADRO CHE RAFFIGURA GIOVANNI PALATUCCI ALLA CHIESA DI SANT’IGNAZIO DI LOYOLA A ROMA.

Sabato 13 febbraio si è tenuta, presso l’Oratorio del Caravita, la manifestazione di chiusura della mostra pittorica dedicata a Giovanni Palatucci. All’evento, che si è svolto con il Patrocinio della Fondazione”Amici di Giovanni Palatucci”, erano presenti il Prefetto Grazia Mirabile, in rappresentanza del Capo della Polizia, Prefetto Alessandro Pansa ed altre Autorità della Polizia con alcuni elementi della Banda della Polizia. Presente, per tutta la manifestazione, il dr. Rafael Erdreich Ministro Consigliere degli affari pubblici dell'Ambasciata di Israele in Italia che ha pronunciato un discorso chiaro e preciso sulla necessità di far chiarezza, se ce ne fosse ancora bisogno, sull’onestà di Palatucci: “nel caso del nostro  carissimo  Giusto  Giovanni  Palatucci, gli ebrei  salvati furono molti, in virtù della posizione che ricopriva. E questo gli fa ancora più onore.  Negli ultimi  anni, alcuni  studi  hanno  messo in  dubbio  il  numero ufficiale   di  ebrei   messi  in  salvo  da  Palatucci.  Vi  sono  tuttavia   delle testimonianze  che sono state definitivamente confermate  oltre ogni dubbio. E in ogni caso, anche se fosse un solo ebreo ad essere stato salvato, la cosa sarebbe irrilevante.

La  nostra  tradizione  millenaria  dell'Ebraismo  ha saputo sintetizzare  in una massima dei nostri padri una verità  fondamentale e universale:  "Chi salva una  vita  umana  è come  se salvasse il  mondo  intero". Questa  frase  del Talmud è impressa nel Logo dell'Istituto per la Memoria  dei Martiri e degli Eroi della Shoah "Yad Vashem", e racchiude in sé tutta  l'essenza dell'insegnamento dei Giusti fra le Nazioni.”

Gradita la partecipazione anche del Rabbino Capo Di Segni e del pittore George de Canino.

Il quadro donato alla Chiesa di Sant'Ignazio è della pittrice Isabella Angelini. 

Alcune foto dell'evento



Intenso programma di attività del Comitato Giovanni Palatucci di Rovigo


Personaggi:                             chi fu Temistocle Testa


27 gennaio 2016, Giornata della Memoria: Giovanni Palatucci citato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

...Nei terribili mesi dell'occupazione nazista dell'Italia tante persone hanno nascosto, aiutato, salvato ebrei in fuga, a rischio della propria vita; difendendo, con loro, la nostra dignità. 

Alcuni di loro, penso al questore Giovanni Palatucci e all'amministratore dell' "Avvenire d'Italia", ed esponente dell'Azione Cattolica, Odoardo Focherini, sono morti nei campi di concentramento, proprio per il loro appoggio agli ebrei perseguitati. Sono circa cinquecento gli italiani riconosciuti da Israele come "Giusti" tra le nazioni. Diverse migliaia si adoperarono in vari modi per la salvezza degli ebrei. ...


Roma - Chiesa di Sant'Ignazio di Loyola

Mostra d'arte contemporanea dedicata a Giovanni Palatucci a cura di Giuseppe Di Bella

 

L’Associazione Artisti di Roma, nell’ambito del Primo appuntamento 2016 del progetto “Chiese in mostra…” ha indetto un concorso tra i pittori dell’Associazione stessa per una mostra di arte dedicata a Giovanni Palatucci. Venti artisti presenteranno ciascuno due opere a tema Giovanni Palatucci e Gesù.

Il quadro che risulterà vincitore, sarà donato alla Chiesa di Sant’Ignazio a Roma e qui resterà esposto.

La manifestazione ha ricevuto il patrocinio della Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis e della Fondazione Amici di Giovanni Palatucci presieduta dal Dott. Rolando Balugani e che annovera come Vice Presidente, padre Vitale Savio, Rettore della Chiesa di Sant’Ignazio.

 

L’inaugurazione della mostra si terrà in concomitanza con il 71° dell’Elevazione al Cielo del Servo di Dio, Giovanni Palatucci che ricorrerà il 10 febbraio 2016.


 

 

* Giovanni Palatucci. Una vita da (ri)scoprire

ed. Tra le righe libri


Nuovo libro di Giovanni Preziosi:  “La rete segreta di Palatucci: I fatti, i retroscena, le testimonianze e i documenti inediti che smentiscono l'accusa di collaborazionismo con i nazisti”.

L'autore

Giovanni Preziosi nasce 45 anni fa a Torre del Greco, in provincia di Napoli, da genitori irpini. Trascorre la sua infanzia ad Avellino frequentando con profitto le scuole di primo e secondo grado, prima di intraprendere gli studi universitari presso l’ateneo salernitano dove si laurea in Scienze Politiche discutendo una tesi in Storia Contemporanea con il Ch.mo Prof. Luigi Rossi dal titolo: Tra storia e politica: Avellino e l’Abbazia di Montevergine dagli anni del consenso al fascismo alla legge truffa. Nel corso di questi anni ha coltivato varie passioni, tra cui quella per il giornalismo, scrivendo per varie testate locali e nazionali quali: Il Popolo della Campania, Cronache Meridionali, La Civiltà Cattolica, Zenit, L’Osservatore Romano e Vatican Insider-La Stampa di cui è attualmente una delle firme più apprezzate delle pagine culturali. Inoltre, dal 2013, è anche condirettore della Rivista telematica di Storia, Pensiero e Cultura del Cristianesimo Christianitas e responsabile della sezione relativa all’età contemporanea. Fin dalla sua laurea i suoi interessi scientifici si sono concentrati sui problemi socio-politici che hanno caratterizzato il secondo conflitto mondiale, con particolare riguardo a quel filone storiografico relativo all’opera di assistenza e ospitalità negli ambienti ecclesiastici ad opera di tanti religiosi e religiose a beneficio dei perseguitati, indipendentemente dalla loro fede religiosa o dal loro colore politico. Ha compiuto, pertanto, importanti studi su tale argomento avviando una serie di ricerche i cui risultati sono confluiti nel volume dato alle stampe nel 2006 dal titolo: Sulle tracce dei fascisti in fuga. La vera storia degli uomini del duce durante i loro anni di clandestinità e nell’ottobre 2014 il saggio L’Affaire Palatucci “Giusto” o collaborazionista dei nazisti? Un dettagliato reportage tra storia e cronaca alla luce di alcuni documenti inediti e delle testimonianze dei sopravvissuti, nonché in altri svariati articoli pubblicati su giornali di rilievo nazionale.

 

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Cosenza: intitolata a Palatucci una via



Palatucci e la contessa polacca della Croce Rossa


La storia inedita delle missioni segrete a beneficio dei profughi polacchi svolte dalla contessa Maria Tarnowska Potocka con l’aiuto del Questore di Fiume, del francescano P. Dydek e di don Giancarlo Centioni della St. Raphaels-Verein 

di Giovanni Preziosi

Il 13 settembre del 1944 è una data che, probabilmente, a qualcuno non dirà niente ma, in realtà, quel mercoledì non è un giorno come tutti gli altri, perché si sta per consumare una delle più atroci vendette perpetrate dai nazisti. Siamo a Fiume, l’incantevole città del Carnaro adagiata sulla sponda dell’Adriatico orientale tra il fiume Eneo ed il golfo del Quarnero, in via Pomerio n. 29, è trascorso giusto un anno da quando i tedeschi hanno occupato manu militari la città quarnerina, è notte fonda allorché, improvvisamente, la polizia di sicurezza germanica fa irruzione nell’abitazione dei signori Malner, dove alloggiava il Questore Reggente di Fiume Giovanni Palatucci. Frugando dappertutto nella sua camera e nel suo ufficio, alla fine trovano un documento da loro ritenuto compromettente che bastava per asseverare l’accusa formale di cospirazione ed intelligenza con il nemico. Come avrebbe, infatti, dichiarato successivamente il prefetto di Fiume Spalatin nel telegramma spedito al capo della Polizia Cerruti, il Reggente era stato arrestato e tradotto nel carcere Coroneo di Trieste in seguito al «rinvenimento di un piano relativo alla sistemazione di Fiume come città indipendente, tradotto in lingua inglese». Riuscirà a scongiurare la condanna a morte spiccata dai tedeschi nei suoi confronti, ma non la deportazione a Dachau il 22 ottobre successivo, grazie all’intervento del suo fedele amico il conte di nazionalità svizzera Marcel Frossard de Saugy – al quale aveva affidato una valigia con abiti ed effetti personali per sottrarla dalle grinfie dei nazisti e custodirla nella sua villa di Laurana – che, probabilmente, proprio per essersi esposto fin troppo, alle 16,30 del 23 settembre successivo, giusto una settima dopo l’arresto dell’amico, su ordine impartito dal tenente Ufkun del Comando di Polizia germanica, sarà fermato per accertamenti, neanche a farlo apposta proprio in via Pomerio, dal Maresciallo di P.S. della Questura di Fiume Bruno Zanini e dal vice brigadiere Vincenzo Gigante i quali, dopo averlo sottoposto ad un pressante interrogatorio, alle 19 del giorno successivo lo affidarono al Comando tedesco che lo prese in consegna.

 

In effetti Palatucci, probabilmente, col precipitare degli eventi, si era sempre più convinto che la resa dei conti era ormai vicina, perché i tedeschi avevano incominciato a fiutare qualcosa dell’attività che svolgeva in sordina nel tentativo di aiutare chi era in pericolo a sfuggire alle improvvise retate naziste. Difatti, anche per la carica che ricopriva, era in contatto con i rappresentanti di varie comunità di profughi stranieri affluiti nella provincia del Carnaro all’indomani dell’occupazione tedesca del loro paese. Dai documenti in nostro possesso, rinvenuti negli archivi del Comitato della Croce Rossa Internazionale, difatti, è emerso che in quel periodo il giovane questore di Fiume aveva allacciato buoni rapporti anche con la responsabile della Croce Rossa Polacca e “protettrice” della comunità rifugiata a Malinska nei pressi dell’isola di Veglia (l’odierna Krk), la contessa Maria Tarnowska, vedova del conte Artur Antoni Potocki, penultima dei sei figli del conte Zdzisław e Maria Zofia Potocka. Il marito, giovane rampollo di una delle più blasonate e influenti famiglie dell’aristocrazia polacca,  originaria del Voivodato di Cracovia, che diede alla patria statisti, capi militari e attivisti culturali, a quanto pare era molto legato alla Chiesa Cattolica tant’è che nel 1934 fu insignito a Cracovia dell’alta onorificenza di Commendatore dell’Ordine di papa Gregorio Magno  nella sala della Congregazione Mariana, un sodalizio laicale d’ispirazione cattolica fondato da John Leunis SJ tra gli studenti di Roma, il cui scopo era quello di coniugare gli studi con la vita cristiana. Con l’acuirsi del conflitto, nella primavera del 1944, anche la sede romana della Croce Rossa fu letteralmente presa d’assalto dalle richieste d’aiuto, come del resto si evince chiaramente dal frequente carteggio con i vari delegati sparsi sul territorio italiano, del responsabile del Comitato Internazionale della Croce Rossa in Italia, conte Hans Wolfgang de Salis, che allora si stava adoperando per accogliere gli ebrei giunti in Italia dai paesi belligeranti e occupati, cercando di organizzare gli aiuti in collaborazione con la DELASEM.

Difatti, dal rapporto stilato il 21 febbraio 1944 dal dr. Bruno Beretta, delegato della Sezione della Croce Rossa nell’Italia settentrionale, in occasione della sua visita ai campi di concentramento, alle prigioni ed agli ospedali della “Venezia Euganea” e “Venezia Giulia”, proprio su sollecitazione del conte de Salis, il quale gli aveva segnalato l’urgenza di visitare le popolazioni di Sušak e Fiume bisognose di soccorso, apprendiamo che, il 10 febbraio, dopo aver allacciato i primi contatti con il corrispondente del C.I.C.R. del Nord Italia, Dr. Berta «grazie alla gentilezza del signor Console (svizzero a Trieste Emilio) Bonzanigo ho potuto organizzare un colloquio con il “Vice-reggente” di Fiume, il Dott. Avv. Palatucci, di passaggio per Trieste, il quale mi confida che la situazione alimentare di Sušak, del tutto precaria, non era peggiore di quella di Fiume dal momento che il latte e molti altri prodotti alimentari necessari alla popolazione di Fiume provenivano giustamente da Sušak e dalla campagna circostante. Il Sig. Palatucci ammette che il potere finanziario di Sušak si è ora notevolmente ridotto, che condurrà alle privazioni e alla sottoalimentazione della classe operaia, fatti che sono stati segnalati al Dr. de Salis. Risulta inoltre al Dr. Palatucci – sottolinea il dr. Beretta – che il Consolato Croato di Fiume s’interessa unicamente di sovvenzionare i cittadini croati».

 

Il 13 febbraio successivo, dopo aver raccolto informazioni sulla sorte degli internati civili polacchi dell’isola di Veglia e di Cirquenizza dal Comandante tedesco di Fiume, Rittmeister Sendrowsky, alle 11,30 in punto il dr. Beretta, avendo intuito che la situazione stava precipitando, si recò di nuovo dal Vice-Reggente della Questura fiumana per cercare di correre ai ripari e trovare insieme qualche rimedio efficace. Dopo aver constatato la gravità della situazione, Palatucci subito gli consigliò di contattare la «Signora Contessa Maria Tarnowska, vedova Potocki, (…) protettrice della Colonia polacca dell’isola di Veglia nella località Malinska. La Signora Contessa – della cui attività, evidentemente, il questore reggente era a conoscenza, scrive nel suo rapporto il dr. Beretta – aveva un parente in Svizzera, e l’Ambasciatore polacco a Washington nel 1939 era il cugino di suo marito». Si trattava, infatti, del conte Jerzy Józef Potocki, terzogenito del ricco proprietario terriero Roman e di Elżbieta Matylda Radziwiłł che, dopo aver ricoperto la carica di ambasciatore ad Ankara, il 15 maggio 1936 fu inviato a Washington dove rimase fino al 14 dicembre 1940. Malinska era situata sul versante occidentale dell’isola di Veglia, in un'insenatura naturale nella parte occidentale dell’isola, affacciata sul mare aperto nel golfo del Quarnero a breve distanza dalla terraferma e dalla città di Fiume a cui era collegata da un piroscafo a vapore che arrivava fino a Trieste. Proprio in quel periodo era iniziata una graduale immigrazione di profughi croati e polacchi per sfuggire alla feroce persecuzione nazista. È quello che avevano fatto anche i familiari della contessa Potocka che, appena i tedeschi – senza colpo ferire – invasero la Polonia, avevano rapidamente abbandonato il loro paese e, dopo essere stati ospitati in alcuni alberghi e monasteri di Bucarest, erano approdati a Belgrado.

 

«Qui – scrive sul filo della memoria Jan Tyszkiewicz, figlio della sorella Rožė che all’epoca aveva 14 anni – proprio in questa località, aveva assunto l’iniziativa la sorella più giovane (di mia madre) Maria Potocka, zia Micia. Non aveva figli, in modo che poteva viaggiare liberamente in cerca di aiuto per le nostre colonie polacche. Ci siamo sistemati in un vecchio albergo abbandonato il “Palace”». Difatti, dopo l’improvvisa morte del marito, avvenuta il 10 dicembre 1941 in circostanze sconosciute mentre si trovava a Roma, la contessa Potocka si era dedicata anima e corpo a questa missione essendo divenuta, nel frattempo, anche vice presidente della Croce Rossa Polacca. «Nella primavera del 1941 – continua nel suo racconto Jan rievocando quei momenti drammatici – siamo partiti per Crikvenica (Cirquenizza) sul Mar Adriatico. Siamo stati costretti a causa del bombardamento di Belgrado. La città è stata danneggiata e abbiamo dovuto cercare un nuovo rifugio. A Crikvenica i polacchi erano un gruppo abbastanza grande - ci sono stati più di un centinaio. (…) Nonostante questo rigore, però, non siamo stati trattati come nemici, gli italiani erano cordiali, gentili e disponibili ad aiutarci». Appena giunti sul posto la contessa si diede subito da fare, come racconta lei stessa nel suo diario: «Sono andata a Zagabria per discutere con l'Arcivescovo Stepinać e il delegato della Santa Sede (l’abate Marcone, ndr), il caso dell'eventuale trasferimento dell'intera colonia in Ungheria. (…) Devo far osservare che da parte dell’arcivescovo di Stepinać abbiamo sempre incontrato il più grande sostegno, così come da parte del Vescovo di Segna (mons. Viktor Burić), del Vescovo di Fiume (mons. Ugo Camozzo) e del vescovo di Krk (mons. Josip Srebrnič); in ogni occasione, hanno mostrato sempre il loro appoggio, e spesso assistenza finanziaria. Un gruppo di studenti a Zagabria ha ricevuto un assegno mensile fisso dall’Arcivescovo (Stepinać). In numerose altre difficoltà, siamo stati sempre compresi dalle persone sopra menzionate, in casi essenziali rischiavano la loro sicurezza anche personalmente per prendersi cura dei nostri problemi. Ho lasciato Zagabria piuttosto bruscamente, perché ero stata avvertita dall’(arcivescovo) che gli Ustaša minacciavano di arrestarmi». Difatti, come scriverà in seguito la contessa Potocka, «ai primi di febbraio, sono stati arrestati dagli italiani in Crikvenica, il Dott. Medyński e Padre Dydek. Immediatamente sono andata al comando del V corpo a Crikvenica, a chiedere chiarimenti del caso e farli rilasciare. È stato asserito che erano in contatto con i “politici” locali, e questo tipo di crimine è stato attribuito a loro. Mi hanno assicurato che avrebbero fatto le indagini nel più breve tempo possibile». Il 3 febbraio 1942, infatti, proprio poche settimane prima dell’avvicendamento ai vertici del comando della IIa Armata, tra il gen. Ambrosio e il gen. Mario Roatta, il frate francescano conventuale della provincia di Varsavia, Atanazy Dydek, era stato acciuffato dai nazisti con l’accusa di spionaggio. Dopo qualche settimana, tuttavia, riacquistò la libertà, anche se per un po’ fu costretto a rimanere sotto stretta sorveglianza della polizia. Verso la fine del mese di agosto del 1943, tuttavia, finirà di nuovo dietro le sbarre e rinchiuso nelle carceri di Cirquenizza, Sušak, Fiume e Trieste, prima di essere deportato, l’8 dicembre successivo, nel campo di concentramento di Buchenwald e poi a Dachau, dove rimarrà fino alla liberazione ad opera delle truppe alleate. Come sottolinea il nipote della contessa Jan Tyszkiewicz, proprio in quel periodo, l’audace frate francescano, «era un assistente della zia Mici. La zia ha viaggiato continuamente, alla ricerca di risorse per mantenere il nostro piccolo gruppo. Ha sfruttato le sue conoscenze e i contatti con il Vaticano, la Svizzera e gli emigrati polacchi a Londra. Lei era davvero una grande organizzatrice. Padre Dydek ha agito come un corriere – in quanto religioso era molto più facile per lui spingersi al di là delle frontiere (…). Sapendo questo, mia zia spesso gli affidò diverse missioni segrete».

 

Ben presto, dunque, le autorità si incominciarono ad insospettire di questa sua attività anche perché avevano scoperto che proteggeva gli ebrei avendo salvato, tra le altre, anche le famiglie Pyke e del dr. Medyński. A svelarci i particolari di queste missioni segrete ci pensa il prete pallottino don Giancarlo Centioni, che all’epoca, sfruttando gli ampi margini di manovra che aveva ricoprendo le funzioni di cappellano militare della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, lavorava gomito a gomito con la rete di assistenza clandestina proprio a beneficio degli ebrei, denominata St. Raphaels-Verein (Opera S. Raffaele), in sinergia con la Segreteria di Stato di Pio XII, diretta a Roma dal pallottino p. Anton Weber coadiuvato dal consultore generale, il polacco P. Stanisław Suwała. «Negli anni 1942/43/44 - dichiara nel suo memoriale don Giancarlo Centioni – il P. Stanisław Suwała, dovendo io recarmi a Trieste e a Fiume, m’incaricò più volte di portare “denaro” in Croazia, nei campi di concentramento di cittadini Polacchi sia uomini che donne, nelle località di Crikvenica (Cirquenizza) e Ogulin. Io come Cappellano della Milizia Fascista, potevo girare ed anche entrare nelle caserme tedesche. In Croazia circolava anche il denaro italiano ma non si poteva darlo ai prigionieri; se fossi stato sorpreso in tale azione, sarei stato sicuramente arrestato e, forse, fucilato. In Croazia ho avuto l’occasione di conoscere la sig.ra contessa Polacca Potocka, che poteva entrare nei due campi di concentramento. A lei consegnavo segretamente, con mio grande rischio, il denaro ricevuto da D. Stanisław Suwała e cucito in due fasce che stringevo intorno alla vita sul petto, per compare “alimenti” e altre cose necessario per i prigionieri».

Questa testimonianza, in effetti, coincide perfettamente con quanto scrive la contessa Potocka nel suo diario lasciando intendere chiaramente i fitti collegamenti che aveva intrecciato allora con varie autorità istituzionali di alto rango, sia politiche che religiose. Difatti più avanti il prete pallottino racconta che la «primaria mia opera ha riguardato polacchi civili, in parte ebrei, reclusi nei campi di Ogulin e Crikvenica, nonché quelli situati in territorio francese. Essa è consistita, d’intesa con il predetto Mons. Janisk (Uditore del Tribunale ecclesiastico dei Sacramenti), nel consegnare a fiduciari – la Contessa Potocka e il Rettore della Missione Polacca a Parigi – denaro erogato dalla S. Sede e dalla Croce Rossa Internazionale (C.R.I.) per consentire ai medesimi l’acquisto da distribuire tra i prigionieri, e ciò previo superamento dei divieti e degli sbarramenti posti dai presidi di vigilanza dei campi, cosa che sono riuscito a portare a buon fine attraverso espedienti e sotterfugi vari, ma sempre con notevole rischio di essere scoperto, e quindi di essere fucilato. In Croazia mi introducevo nei campi, confondendomi tra gli internati in transito. Mi ero accordato con la sig.ra Potocka affinchè ella, abbracciandomi, mi sfilasse, da sotto la giacca, il denaro nascostovi, con una destrezza tale da impedire che se ne accorgessero. (…) Azioni, queste, – conclude don Giancarlo Centioni – compiute tra il 1942 e il 1943, da ricondurre nell’ampio programma assistenziale attivato dalla S. Sede e dalla C.R. Internazionale per gli internati».

 

Proprio in quel periodo, grazie ai buoni rapporti che aveva allacciato col governatore della Dalmazia Giuseppe Bastianini, la contessa Potocka entrò in contatto anche con il responsabile dell’Ufficio Stranieri della Questura di Fiume Giovanni Palatucci. L’occasione si presenta nell’agosto del 1942, allorché la contessa dovendo partire per Roma allo scopo di raccogliere fondi per la colonia polacca, aveva urgente necessità di rinnovare un documento. «A tal fine – scrive nel suo diario – sono andata a Sušak con qualche difficoltà, perché il mio documento non era più valido, lo stesso documento è stato utilizzato a Roma, è stato rilasciato dal prefetto di Fiume per ingerenza di Bastianiani. Ho dovuto rinnovare questo documento, e nel frattempo presso la Questura di Fiume ho appreso da un funzionario di polizia molto compiacente – il quale ripetutamente mi ha dato una mano, anche andando contro le regole – che ero stata inclusa in una “categoria”, e che non dovevo attraversare il confine con l’Italia, perché c’era una condanna contro di me ordinata dal controspionaggio. Questa sanzione era stata emessa proprio in quei giorni, perciò mi consigliò che era fondamentale per me agire contro questo provvedimento per non compromettere la mia situazione assumendo una forma peggiore, e mi suggerì di sottoporre la questione a Bastianiani». Questi, dopo aver constatato che si trattava di una misura presa dalle autorità militari, la invitò a rivolgersi immediatamente al gen. Roatta che certamente sarebbe stato in grado di risolvere l’intricata vicenda, perché in quei casi l’ingerenza del potere “civile” di solito non era vista di buon occhio. «Sono tornata a Sušak – continua nel suo avvincente racconto la contessa – e sono andata dal gen. Roatta, il quale inizialmente ha detto che sicuramente avrebbe escogitato uno stratagemma, ma poi si è scoperto che non era così facile. Mi sono fermata a Sušak, non essendo in grado di potermi muovere da lì per 7 mesi, né di poter andare a Roma e perfino tornare a Cirquenizza». Poco dopo, infatti, apprese da un interprete dei Carabinieri di origine istriana che le accuse formulate nei suoi confronti provenivano direttamente dalla Gestapo, che stava cercando di scoprire da quali fonti giungevano i finanziamenti alla colonia polacca. In effetti, come rileverà la stessa contessa Potocka, questi contributi provenivano dalla Svizzera e dal Vaticano grazie all’intercessione di P. Suwała presso il diplomatico Maciej Loret, che tra il 1939 e il 1940 era stato l’addetto culturale dell’Ambasciata polacca presso la S. Sede.

 

I tedeschi, dunque, avevano cominciato a fiutare qualcosa al punto da sospettare che questi contributi provenissero dagli alleati, giungendo perfino ad ipotizzare che la contessa fabbricasse volantini di propaganda in stretto contatto con i sottomarini britannici. «Tre volte – ricorda la contessa – mi hanno fatto visita persone che affermavano di essere della Gestapo, ma che lavoravano contro i tedeschi. (…) mi hanno avvertita e sono stata molto attenta, non ho mai lasciato la zona di occupazione italiana del territorio croato, perché altrimenti sarei stata immediatamente arrestata perché presumevano che gli italiani si sarebbero rifiutati di rilasciarmi. Uno di loro mi ha detto che la Gestapo a Zagabria riceveva lettere con informazioni e denunce su di me da un polacco, che erano firmate da un lituano». Tuttavia, dopo essere riuscita a procurarsi un prestito a Sušak, per le colonie di Spalato e Cirquenizza, dalla moglie dell’ex ministro jugoslavo e Bano della Croazia Viktor Ružić, poiché il lasciapassare che le era stato rilasciato per recarsi a Zara era ancora valido, decise di tentare la fortuna su suggerimento dello stesso Palatucci, che le spiegò perfino lo stratagemma per aggirare i controlli alla frontiera.

 

«Dopo aver conferito con il funzionario della Questura, menzionato in precedenza – scrive nel suo diario la contessa Potocka –, ho deciso di tentare la fortuna, di approfittare del momento, quando non c’è il commissario al ponte di confine, e salire sulla nave perché disponevo di un importante documento per cui nessuno mi poteva fermare, e nella zona della Dalmazia poi Bastianini sarebbe stato in grado di salvarmi dall’oppressione. E così è accaduto. Sono giunta a Spalato felicemente, c’era soltanto la polizia che mi ha un po’ spaventata, ma per l’intervento delle autorità superiori mi lasciò andare. (…) Tornando da Zara (successivamente) sono stata in grado di ottenere la soluzione del mio caso mediante alcune lettere di Bastianini al gen. Roatta e al prefetto di Fiume per farmi rilasciare un documento per circolare tra Sušak-Cirquenizza». Poi, col precipitare degli eventi, in seguito alla destituzione di Mussolini, su suggerimento del comandante del V° Corpo d’Armata, gen. Alessandro Gloria, la contessa riuscì ad ottenere il trasferimento della colonia polacca sull’isola di Veglia, nei pressi di Malinska, dove anche il vescovo, mons. Josip Srebrnič, contribuì al loro sostentamento elargendo un sostanzioso contributo di ventimila lire. Evidentemente segnata profondamente dalle sciagure prodotte dalla guerra, Maria Tarnowska Potocka decise di consacrare la sua vita al Signore entrando nel monastero benedettino di Royston, in Inghilterra, dove prese i voti col nome di suor Maria Dismas e concluderà la sua esistenza terrena il 25 ottobre 1985 alla veneranda età di 81 anni.

 

Compulsando attentamente le carte dell’allora vescovo di Campagna, mons. Giuseppe Maria Palatucci, zio del celebre questore reggente di Fiume, si scopre che un cospicuo numero di ebrei polacchi – come, tanto per fare qualche nome, lo studente di medicina Ignazio Langnas, Aron Windwehr, Noah Pohorilles, Massimo Leschcziner, Giuseppe Lipenholz, Chaim Hersch Nachmann, i medici Mosè Rosenzweig, Max Tanzer e Rodolfo Propst – fu inviato anche nella Caserma “Concezione”, adibita a campo di internamento, che sorgeva proprio nella sua diocesi. Difatti, il 25 agosto 1942, in segno di riconoscenza per gli aiuti ricevuti dagli internati polacchi, il delegato in Italia della Croce Rossa Polacca, Leonard Kociemski, scrisse un’accorata lettera al presule francescano nella quale si legge: «Ci permettiamo di porgere all’E.V. i più cordiali e sentiti ringraziamenti per tutte le amorevoli e paterne cure nei riguardi dei cittadini polacchi internati civili di guerra. Nelle presenti tremende condizioni di vita nazionale e personale dei polacchi atti di umana comprensione e di cristiana fratellanza ci colpiscono particolarmente nei nostri cuori».

 

La replica di mons. Palatucci non si fece attendere, tant’è che il 2 settembre successivo scriveva: «con piacere prendo atto della riconoscenza che mi manifestate per quello che ho fatto e faccio per i Polacchi qui internati. Da parte mia volentieri aiuto tutti quelli che ricorrono a me, e li aiuto, senza badare né a razza, né alla nazionalità, né a religione (…) E aiuto tutti con piacere e con sincera cordialità, moralmente e materialmente: mi dispiace solamente che non ho grandi possibilità di aiutare tutti con quella generosità che vorrei nel dare sussidi in denaro, poiché sono un povero vescovo francescano di una povera Diocesi; ma quel poco che ho lo do con gran piacere». Anche in questo caso, dunque, viene smentita categoricamente quella tesi a dir poco bizzarra messa in giro qualche anno fa per demolire la figura adamantina di Giovanni Palatucci; egli fu si “collaborazionista” ma, come abbiamo potuto constatare anche dalla documentazione fin qui prodotta, di coloro che in quel periodo si stavano prodigando, anche a repentaglio della propria vita, per aiutare chi era perseguitato dai nazisti allo scopo di strapparli dalle loro grinfie.

 


Rovigo, 21 giugno 2015                                       4° concorso Giovanni Palatucci:                     le premiazioni

Mercoledì 10 giugno presso la Scuola Media Statale “G. Bonifacio” – Ist.Comprensivo Rovigo 1, organizzata dal Comitato Palatucci di Rovigo, si è tenuta la premiazione dei vincitori della quarta sessione annuale del concorso dedicato al Martire Irpino, ultimo Questore italiano di Fiume che immolò la sua giovane vita per salvare un grande numero di Ebrei ed altre persone invise al regime nazista. Tra i tanti lavori pervenuti è risultato vincitore quello proposto dalla classe 3^ B della Scuola Media Bonifacio che ben ha centrato il tema con un lavoro grafico descrittivo ispirato al tema proposto: “Giovanni Palatucci – sulle tracce della storia: Le radici dell’antisemitismo affondano nel periodo immediatamente successivo alla fine della prima guerra mondiale – libere interpretazioni di un momento storico ancora da definire”.          Il concorso ha avuto il patrocinio della Regione Veneto, della Provincia di Rovigo, del Comune di Fratta Polesine e del Consolato Provinciale dei Maestri del Lavoro.          Alla consegna della targa commemorativa erano presenti per il Comitato: il presidente Cav.Dott.Flavio Ambroglini, il vicepresidente Luciano Marcato che è anche presidente della Sezione rodigina dell’Associazione nazionale della Polizia di Stato, la segretaria Maria Cristina Boldrin unitamente ai membri fondatori Dott.Paolo Avezzù ed Arch.Pietro Parrozzani, nonché al Maestro Andrea Zese con la consorte Maria Anna Colace, da sempre amici del Comuitato ed illustri rappresentanti del canto lirico rodigino. Erano altresì presenti i Docenti: prof.ssa Marina Cuberli e prof. Daniele Milan i quali da tempo seguono le attività del Comitato Palatucci che si riferiscono al mondo della scuola. Ambroglini nel complimentarsi con i ragazzi ha espresso i sensi del più sincero ringraziamento per la passione con la quale i premiati hanno affrontato un tema così delicato con un risultato eccellente, dimostrando che un percorso didattico-culturale, quale quello proposto dal concorso Palatucci, possa costituire una vera e propria “palestra” per meglio affrontare sfide ben più difficili sia nel mondo della scuola che nella vita di tutti i giorni.

 

Da "La Settimana" settimanale di informazione della diocesi di Adria - Rovigo


70° dell'elevazione al Cielo di Giovanni Palatucci



I «protetti» di Palatucci: un giusto ricordo

La storia del salvataggio della famiglia ebrea dei Selan: dalla Croazia ustaša di Ante Pavelić all’Italia passando per quel ponte sul fiume Eneo

GIOVANNI PREZIOSI
ROMA

 

Nell’aprile del 1941, subito dopo la proclamazione dell'indipendenza della Croazia e l’insediamento a capo del nuovo Stato balcanico, con il beneplacito di Hitler e di Mussolini, del leader del movimento nazionalista ustaša Ante Pavelic, su ordine del famigerato capo della polizia Eugen Dido Kvaternik, si scatenò una furibonda caccia all’ebreo che non risparmiò neanche donne e bambini, come nel caso di Bjelovar dove furono barbaramente trucidate ben 250 persone tra uomini e donne, dopo essere stati costretti a scavarsi la fossa.

 

A quel punto l’unica alternativa per sfuggire all’arresto e all’internamento nei campi di concentramento, era quella di cercare di oltrepassare la frontiera e raggiungere i territori presidiati dalle forze d’occupazione italiane per spingersi fino a Fiume dove, dal novembre del 1937, era stato chiamato a dirigere l’Ufficio Stranieri della Questura Giovanni Palatucci.

 

È proprio ciò che fecero anche Carl, Edmund e Rudolph Selan, giovani rampolli di una famiglia ebrea di origini austro-ungariche. «Appena i tedeschi invasero la Jugoslavia – racconta la figlia di Carl, Edna Selan Epstein – nel mese di aprile del 1941 ebbe inizio la fuga della mia famiglia per nasconderci e per mettere in salvo la nostra vita. Siamo andati in Italia. Mio padre è fuggito subito dopo che gli ustaša sono venuti a prenderlo una mattina presto di aprile del 1941 presso la nostra abitazione che sorgeva in via Zrinjevach, un’elegante strada residenziale di Zagabria. Mia madre riuscì a convincerli che non era in casa, ma fuori per un viaggio d’affari. Forse – continua Edna – al vedere quella giovane donna con due bambine piccole l’ufficiale ustaša s’impietosì e rinunciò a perquisire l’appartamento. Se lo avesse fatto, avrebbe subito trovato mio padre in camera da letto. Appena andarono via, nel giro di poche ore, mio padre partì per l’Italia».

 

Come si evince dalla documentazione rinvenuta negli archivi di Bad Arolsen (Quellenangaben: digitales Archiv: ITS Bad Arolsen: Teilbestand: 6.3.3.2, Dokument ID: 108729836 – Korrespondenzakte T/D 940 127), Carl Selan – al pari di tanti altri suoi correligionari – poco dopo raggiunse Sušak, nel territorio occupato dagli italiani. Qui operava il rabbino Otto Deutsch che, essendo anche il referente locale della Delasem, a quel tempo si prendeva cura dei profughi ebrei che affluivano dalla Croazia soprattutto dopo le leggi antisemite varate da Pavelić, come confermato dallo stesso braccio destro di Palatucci, la guardia di P. S. Americo Cucciniello. «[Prima dell’armistizio] per facilitare i contatti e/o presentare persone veniva, in ufficio, il rabbino “Deutesch”, il quale faceva da intermediario per ebrei che venivano dalla Germania e da tutto l’Est europeo […per i quali] si aveva particolare attenzione nel favorire il lasciapassare verso la libertà o verso i paesi liberi».

 

Questo particolare, del resto, è confermato anche da Franco Avallone, figlio della Guardia Scelta di P.S. Raffaele Avallone e stretto collaboratore di Palatucci, il quale riferisce un interessante episodio che vide per protagonista il giovane dirigente dell'ufficio stranieri della Questura di Fiume, la madre Anna Casaburi e l’allora rabbino di Sušak. «Ricordo – dichiara Avallone – che in seguito anche mia madre fu coinvolta nel salvare numerosi ebrei. Infatti, secondo la versione ufficiale, spesso si recava a Sušak per acquistare delle primizie agricole provenienti dalle campagne circostanti, ma in effetti lo scopo principale era quello di conoscere quanti ebrei aspettavano di varcare i confini con l’Italia. Nella zona di Sušak – continua Avallone – operava il Rabbino Deutsch che era un punto di riferimento importante per gli ebrei dei paesi dell'Europa orientale. Il commissario Palatucci aveva creato con lui, attraverso una rete di amici comuni, una strada per salvare tanti ebrei dai campi di sterminio». Proprio per questo motivo, il 21 giugno 1941, aveva fatto rilasciare dalla questura di Fiume alla moglie del suo collaboratore una Tessera di frontiera per il confine Jugoslavo. Il 9 giugno, appena giunto a Fiume, Carl Selan si recò subito in Questura dove, sulla base del suo passaporto jugoslavo, gli fu rilasciato un visto di soggiorno e, il 14 luglio successivo, decise di stabilirsi temporaneamente al civico 52 di via Trieste, dopodiché il 16 luglio inoltrò la richiesta al consolato di Spagna a Sušak per ottenere un visto e, in quello stesso giorno, richiese alla Questura di Fiume il ricongiungimento con i propri familiari che, trovandosi ancora a Zagabria, erano in serio pericolo «a causa delle politiche anti-semite degli Ustascia». Difatti, il suocero, Oto Eisner, confidando sull’amicizia nata sui banchi di scuola col poglavnik, incautamente preferì restare a Zagabria pensando di essere risparmiato dai rastrellamenti, ma quando gli ustaša si presentarono all’uscio della sua casa, per non essere acciuffato si praticò un taglio ai polsi che, tuttavia, non gli servì a niente perché poco dopo i gendarmi croati andarono a prelevarlo persino dal suo letto d’ospedale e a quel punto, piuttosto che affrontare l’orrenda sorte che lo attendeva preferì lanciarsi dalla finestra. Fortunatamente la richiesta di trasferimento a Fiume di Lotte e delle sue due bambine Edna e Mira, rispettivamente di appena 3 anni e 9 mesi, fu prontamente accolta tant’è che ai principi di agosto subito fu escogitato il piano per consentire loro di oltrepassare la frontiera croata. «Un militare italiano – racconta sul filo della memoria la signora Edna – ha preso me, mia madre e la mia sorellina e ci ha condotti oltre il confine, affermando che eravamo la moglie e le figlie».

 

La stessa procedura fu eseguita l’anno successivo quando, dopo la morte del nonno paterno Wilhelmm, il padre riuscì a far arrivare a Fiume anche la madre Serafina Ungar. Poco dopo, evidentemente su suggerimento di Palatucci, si trasferirono nella più tranquilla e pittoresca città di Laurana, dove trovarono un appartamento al civico 144 di via Oprino, neanche a farlo apposta proprio accanto a quello che, il 30 aprile dell’anno successivo, al n. 135 presso la Villa Maria ospiterà  le due profughe croate inviate da Palatucci, Maria Eisler con la madre Dragica Braun giunta a Fiume il 21 gennaio 1942, dopo un rocambolesco viaggio a bordo di una corriera anch’essa partita da Sušak.

 

Effettivamente, sembra proprio che questo percorso, o “canale” come dir si voglia, attraverso “quel ponte sul fiume Eneo” che divideva il territorio fiumano dalle terre jugoslave controllate dall’esercito italiano, fosse piuttosto frequentato in quel periodo per poter approdare a Fiume, tant’è che Palatucci in una lettera “riservatissima” al Capo della Polizia Tamburini del 10 maggio 1944, si affrettava a sottolineare che «il ponte sull’Eneo (era) sempre aperto sicché i croati di qualunque provenienza po(tevano) tranquillamente venire a Fiume e inoltrarsi nel territorio della Repubblica». Fu così che, dall’agosto del 1941 fino al settembre del 1943, vissero indisturbati in quell’incantevole località che si affaccia sulle sponde dell’Adriatico. «Palatucci era molto più di un gentiluomo – sottolinea Edna Selan –. Era anche una persona coraggiosa con uno spiccato senso etico. I miei genitori lo conoscevano molto bene. Mi hanno fatto capire che eravamo sotto la sua “protezione” quando vivevamo a Laurana».

 

Difatti, come precisa Carl Selan nella lettera inviata nel marzo del ’54 allo zio dell’ex Questore Reggente di Fiume, il vescovo di Campagna mons. Giuseppe Maria Palatucci, in più di una circostanza ebbe l’opportunità «di parlare personalmente» col nipote quando si recava a Laurana per far visita ad «amici comuni» e sincerarsi che tutto procedeva per il verso giusto.

 

Probabilmente, proprio in una di queste occasioni, come raccontava la madre di Edna Selan, la signora Lotte, Palatucci consigliò «come evitare di essere catturati dai tedeschi», fornendo loro persino «le tessere annonarie, comprese quelle per le scarpe». Ma secondo la direttrice del Primo Levi Center di New York, Natalia Indrimi, questo particolare sarebbe del tutto irrilevante, liquidandolo con la stravagante affermazione secondo cui «il governo italiano erogava i visti di transito per gli ebrei fino al 1941, in quanto rappresentavano un notevole impulso per l’economia locale». Ma tant’è. Quando, nell’estate del 1942, la situazione incominciò a precipitare in Croazia con l’escalation delle deportazioni, il 21 dicembre di quello stesso anno, Palatucci decise di scrivere allo zio vescovo per trovare un luogo dove mettere al sicuro i suoi “protetti”. «Carissimo zio, – esordiva – […] Per quanto riguarda i miei protetti la situazione è la seguente (…). Vi ricordo i nomi: Braun in Eisler Dragica (Carolina) e figlia Eisler Maria, nipote Jurak Nada, Selan ing. Carlo e moglie, Eisner Lotta con due bambine. Essi puntano alle province di Perugia e Pesaro. A me interesserebbe una destinazione in tali province, perché penso che Voi mi farete pervenire a suo tempo una raccomandazione per il Vescovo del luogo – o chi per lui – che potrebbe agevolarli presso la Questura per una buona assegnazione nell’ambito della provincia, là per una buona sistemazione, magari grazie all’interessamento a mezzo del parroco. Per il momento occorre appoggiare nel più efficace dei modi la loro domanda, che verrà presentata fra qualche giorno. Io vi informerò tempestivamente e voi vorrete, poi, interessare qualcuno perché segnali la cosa nel migliore dei modi alla Questura. Ermolli ha già presentato ed io ho già scritto oggi, ma la lettera partirà fra qualche giorno. Per quanto riguarda lui, se voi avete la possibilità di interessare per la provincia di Perugia persona diversa da quella che interesserete per gli altri, fate pure diversamente evitiamo di danneggiare tutti nel desiderio di tutti aiutare. Vi ringrazio per l’assistenza che mi prestate per un’opera di bene. Scrivendomi, designate le persone con il suo nome».

 

Evidentemente Palatucci conosceva molto bene il fitto reticolo di amicizie più o meno influenti che aveva allacciato lo zio sia con i vertici istituzionali statali (come il responsabile dell’ufficio internati presso il ministero dell’Interno, di origini irpine, Epifanio Pennetta) e sia con quelli ecclesiastici, senza contare poi le reti di assistenza clandestina allestite da molte diocesi italiane lungo la direttrice Genova-Milano-Firenze-Assisi e Campagna. Difatti già in passato lo zio si era adoperato presso il questore e la Curia perugina il 6 novembre 1940 e il 29 luglio 1941, rispettivamente, per il ricongiungimento dell’internata a Cascia Elisabetta Haemerling con il marito Rodolfo Berg ed in seguito per il prof. Siegfried David che da Campagna era stato trasferito in quella città.

 

C’è un filo rosso che collega la vicenda della famiglia Selan con quella delle Eisler. Come accennato in precedenza entrambe furono seguite passo passo da Palatucci che, prima si preoccupò di rilasciare loro la documentazione necessaria di cui avevano bisogno e, successivamente, li inviò a Laurana una cittadina a poca distanza da Fiume che poteva garantire una maggiore tranquillità. Poi, quando la situazione incominciò a prendere una brutta piega, consigliò ad entrambe di prendere seriamente in considerazione l’eventualità di lasciare quella località e trasferirsi rapidamente in Italia. «Palatucci – racconta Edna Selan – disse ai profughi ebrei che non avrebbe avuto più il potere di proteggerli perché sarebbero state le autorità tedesche e non quelle italiane che avrebbero svolto le funzioni di polizia militare nella nostra zona. Mia madre mi ha detto che lei e mio padre hanno programmato la fuga in Svizzera. Hanno discusso la fattibilità del loro piano con Giovanni Palatucci. E fu proprio Palatucci, che sconsigliò questa pista: “La Svizzera non vi lascerà mai entrare – disse – e vi consegnerà poi alla Gestapo alla frontiera. Andate nel meridione. Cercate di arrivare a Roma. Si tratta di una città aperta. Così è probabile sfuggire ai bombardamenti a cui le altre città non avranno scampo. Gli alleati verranno dal basso dell’Italia. Andate loro incontro. Se farete questo la vostra possibilità di salvezza sarà maggiore».

 

Evidentemente incominciava ad avvertire che il cerchio lentamente si stava incominciando a stringersi intorno a lui e la rese dei conti con i nazisti era ormai prossima. Così, seguendo la stessa procedura che aveva adoperato in altre circostanza analoghe, il 6 agosto 1943, come si evince da un dispaccio della Questura di Modena, per precauzione, decise di inviare sia Dragica e Maria Eisler che la famiglia Selan, a Monfestino di Serramazzoni un paesino adagiato sull’Appennino modenese che in quel periodo fece registrare la presenza di 231 ebrei nella condizione di “libero internamento”, distribuiti in ben 23 comuni della provincia.

 

 

Proprio in quegli anni, in quelle zone, era stata allestita un’efficiente rete assistenziale a beneficio dei perseguitati che, tra l’altro, poteva contare anche sull’aiuto del capo di Gabinetto d’origini irpine della questura di Modena, Francesco Vecchione il quale, appena veniva a sapere di qualche pericolo incombente subito li metteva in guardia, come rivela il sacerdote serramazzonese don Benedetto Richeldi: «Mi venne un avvertimento dalla questura: “Reverendo, ricordi che si va su a vedere dove sono”». Evidentemente, anche per questo motivo in quella zona non si verificò alcun rastrellamento e le perquisizioni effettuate dai repubblichini fecero registrare un magro bottino. Dalla documentazione acquisita presso il Comune di Serramazzoni risulta, infatti, che Dragica Braun con la figlia Maria Eisler giunsero in quel luogo il 13 agosto 1943 seguiti qualche giorno dopo, per la precisione il 18 agosto, da Carl Selan con la moglie Lotte Eisner e le loro due figlie Edna e Mira. Che la scelta di questa località non fosse stata un caso lo testimonia il fatto che, come riferiscono gli anziani del luogo, rimasero a Serramazzoni all'insaputa di tutti e, dopo qualche settimana, all’improvviso scomparvero tanto che persino nell’archivio comunale non si trovano tracce della loro partenza. Appare strano, infatti, che neanche il Podestà abbia segnalato l’improvvisa partenza alla Questura di Modena, sempre molto attenta sulla sorte di queste persone. Difatti i Selan si fermarono a Serramazzoni soltanto qualche settimana, ripartendo per Perugia il 30 agosto successivo. «Siamo stati anche a Perugia – dichiara la signora Edna – dove uno dei fratelli di mio padre, mio zio Edmund, viveva pubblicamente tra gli italiani. Mentre eravamo a Perugia, io e mia sorella per un breve periodo siamo state inviate presso una scuola convento. Mia madre mi ha detto che tramite un’amica di Zagabria, Renée Mogan, che si era convertita al cattolicesimo, riuscimmo ad essere nascoste in convento. Ricordo le suore col massimo affetto. Ho sentito che non solo sapevano che eravamo ebree, ma che ci avrebbero protette con i loro corpi dalla Gestapo se fosse stato necessario. Mi piacevano molto, non solo, ma le ammiravo. Abbiamo imparato le preghiere quotidiane con gli altri bambini, che ricordo ancora».

 

Ma chi era, in realtà, questa donna misteriosa? L’arcano è presto svelato grazie alla documentazione acquisita presso gli archivi dell’International Tracing Service (Quellenangaben: Digitales Archiv: ITS Bad Arolsen: Teilbestand: 3.1.1.3, Dokument ID: 78.780.439 - Erfassung von befreiten ehemaligen Verfolgten un Orten unterschiedlichen) da dove risulta che era nata a Fiume nel 1909 e, dopo il suo matrimonio con l’avv. Mirko Reichsmann (poi Rašić) il 29 giugno 1932 si era trasferita a Zagabria dove visse insieme al figlio Javko ed alla madre Maximiliana Sachs de Grič (cognome ben noto a Palatucci per l’amicizia con il barone Niels Sachs de Grič), vedova di Giulio Mogan. Subito dopo l’avvento al potere di Pavelić, per precauzione, si rifugiarono nella cittadina serba di Vrnjačka Banja, dove rimasero tra aprile e giugno del 1941. Poi, in seguito alle efferate persecuzioni ustaša, nell’agosto del 1941 Renée fu arrestata e il 1° agosto 1942 fu reclusa nel campo di transito di Zbor, dopodiché, il 3 agosto fu condotta a Gospić, dove rimase fino al 22 agosto, quando fu di nuovo trasferita prima a Jasna e poi il 12 settembre a Krusica e quindi, il 10 ottobre, a Loborgrad. Il suo calvario si concluse il 24 dicembre quando, grazie all’intervento del generale della IIaArmata Ettore De Blasio fu rilasciata e inviata immediatamente a Fiume, da dove poi nel gennaio del 1942 si trasferì a Torino per ricongiungersi con il marito ed il figlio che nell’agosto dell’anno precedente avevano precipitosamente lasciato la Croazia.

 

Dal capoluogo piemontese, nel maggio successivo, raggiunsero Perugia e, nel settembre del 1943, Mirko Reichsmann si recò in Spagna e da lì, a bordo di un convoglio riuscì a raggiungere Londra per ricoprire l’incarico di consulente legale del Ministero delle Finanze del governo jugoslavo in esilio. Renée, invece, rimase a Perugia nell’abitazione di via Pompeo Pellini 5/A con la madre e i figli fino al febbraio del 1944 quando, sempre di nascosto, improvvisamente decisero di trasferirsi nella capitale vivendo con lo pseudonimo di tal Galimberti fino alla liberazione di Roma ad opera delle truppe alleate. Appena entrò in vigore la legislazione antisemita varata dal governo della RSI con l’ordine di polizia, emesso il 30 novembre 1943 dal ministro dell'Interno, Guido Buffarini Guidi, che stabiliva l’internamento degli ebrei in appositi campi e la confisca di tutti i loro beni, immediatamente anche i Selan fecero perdere le proprie tracce e, di nascosto, anche loro raggiunsero la capitale dove vissero sotto mentite spoglie in un appartamento in piazza Esedra proprio nei pressi della Basilica di Santa Maria degli Angeli, messo a loro disposizione dalla celebre casa cinematografica californiana Twentieth Century-Fox Film Corporation di cui Carl Selan, nel frattempo, era diventato distributore per l’Europa sudorientale.

 

«A Roma – continua nel suo avvincente racconto Edna Selan – mio padre ha voluto registrarci con il Vaticano per ottenere il cibo. Mia madre decise di accordare fiducia al portiere e gli disse che eravamo ebrei jugoslavi in fuga dai tedeschi. Mio padre pensava che fosse matta, ma in effetti il custode non ci tradì (svelando la nostra identità) ai tedeschi. Siamo vissuti a Roma abbastanza apertamente con documenti d’identità italiani, ma è stato solo dopo l’arrivo degli alleati, nel giugno del 1944, che abbiamo capito che eravamo definitivamente al sicuro dal rischio di deportazione in un campo di sterminio». Difatti, nel luglio successivo, Carl Selan con la moglie Lotte e le figlie Edna e Mira, a bordo di un convoglio militare americano “Harry Gibbons”, salparono dal porto di Napoli alla volta degli Stati Uniti dove, a partire dal 12 giugno, per ordine del presidente Franklin D. Roosevelt, era stato allestito nel campo di Fort Ontario a Oswego, un centro di accoglienza per ospitare quasi 1000 profughi europei, prevalentemente di origine ebraica.

 

In segno di gratitudine per l’aiuto ricevuto, il 10 marzo 1954, Carl Selan – appena aver appreso della tragica morte a Dachau dell’ex Questore Reggente di Fiume – afferrò carta e penna e scrisse un’accorata lettera allo zio vescovo di Campagna, esprimendosi in questi termini: «Caro Monsignore, (…) non posso dirvi quanto sia profondo il mio dolore che questo nobile uomo - il nostro caro Gianni non sia più in mezzo a noi. Tutta la mia famiglia e molti altri che sono fuggiti da Hitler e dagli ustascia avevano trovato un porto di sicurezza a Fiume solo per la gentilezza e l’ammirevole personalità di Gianni. Se non fosse stato per lui, ben pochi di noi sarebbero vivi oggi. Ha aiutato tutti – e come terribilmente abbiamo avuto bisogno del suo aiuto per sfuggire a morte certa, solo noi che siamo passati attraverso questo calvario lo sappiamo. Ho avuto il privilegio di parlare personalmente con lui molte volte quando è venuto a Laurana dove ha visitato amici comuni. Prima che noi partissimo per Roma nell’Agosto del 1943, che egli rese possibile mediante l’emissione di un Lasciapassare, gli ho chiesto di lasciare Fiume temendo ciò che sarebbe successo quando i tedeschi avrebbero preso il sopravvento. Ci pensò un po’ e disse che non poteva farlo.

 

Dopo la creazione dello Stato di Israele, noi ebrei abbiamo ora la possibilità di esprimere la nostra gratitudine nel modo in cui avrebbero fatto le altre nazioni, e sono compiaciuto/lieto che il ricordo di questa persona fine non si perda per il genere umano. Queste poche parole dovevo scrivere a voi, suo zio, per dirvi che sentirò sempre una profonda gratitudine e ammirazione per il Dr. Giovanni Palatucci». Ebbene, anche in presenza di testimonianze e prove incontrovertibili come queste, recentemente, la direttrice del Primo Levi Center, Natalia Indrimi, non ha trovato di meglio che derubricare questa storia sostenendo, in modo a dir poco sconsiderato, che la «lettera (…) conferma, se non altro, il grado di corruzione che regnava alla Questura di Fiume» e che «la burocrazia italiana, simboleggiata da Palatucci e dai suoi colleghi, perseguitarono con zelo ottuso (gli ebrei), prima per ordine del regime fascista e poi per ordine della Repubblica sociale Italiana e dei suoi alleati tedeschi».

 

Niente di nuovo sotto il sole, dunque, verrebbe da dire, visto che il PLC non è nuovo a queste cadute di stile. Sarà, tuttavia, il dibattito storiografico ed i nuovi documenti che emergeranno tra breve a dimostrarne l’assoluta infondatezza, confermando ulteriormente quanto fin qui asserito. Ma questa, come si suol dire, è tutta un’altra storia.

 


Dall'Osservatore Romano del 19 marzo 2015

 

Raccolte nuove testimonianze sul questore di Fiume che salvò migliaia di ebrei Giovanni Palatucci e il mistero del carcere di PIER LUIGI GUIDUCCI 

 

Sono terminati a Roma i lavori della Commissione di studio che ha visto esperti, anche di fede ebraica, coordinati da chi scrive sulla figura e l`opera di Giovanni Palatucci, il questore di Fiume che morì a Dachau nel 1945.

 

Durante la ricerca sono stati consultati esperti italiani (di Trieste e altre località), di Gerusalemme, Bruxelles, Rijeka, Berlino, Berna, Londra, Southampton e Washington.

Interi fascicoli riguardanti Palatucci sono stati acquisiti in copia, migliaia di documenti sono stati letti e indagati.

Dallo studio sono emersi fatti molto interessanti, verificati con controlli incrociati coinvolgendo storici, esperti e autori di libri e articoli sul questore di Fiume.

Un primo dato che emerge dal dialogo con gli uffici del World Jewish Congress è che la figura di Palatucci e la sua azione di sostegno agli ebrei perseguitati furono esplicitamente segnalate da esponenti del mondo ebraico.

Nel 1945, mentre nessuno in Italia parlava di Palatucci la notizia ufficiale della sua morte arrivò ai familiari nell`aprile del 1948 il delegato ebraico Raffaele Cantoni intervenne a un incontro della Special European Conference che si svolse a Londra dal 19 al 23 agosto di quell`anno; gli atti sono custoditi nell`archivio della università di Southampton.

Fu in quella occasione che Cantoni parlò della drammatica situazione italiana e della realtà postbellica, ricordando le operazioni attivate per salvare i perseguitati ebrei.

All`interno del quadro delineato, fece comprendere il ruolo del "canale  di Fiume" e l`iniziativa di singole persone che, pur sempre meno numerose, cercarono di individuare dei percorsi di sopravvivenza per gli ebrei.

Dato il clima molto ostile, noto a tutti a quel tempo basti pensare al trattamento riservato al rabbino di Sugak, Otto Deutsch, che era stato internato in un manicomio e considerato l`antisemitismo di gran parte delle autorità (il prefetto Testa, il questore Genovese, il capo dell`ufficio politico della Questura) non fu difficile dedurre il ruolo positivo svolto da Palatucci.

In quell`occasione, Cantoni invitò  a Roma Léon Kubowitzki, all`epoca segretario federale del World Jewish Congress.

L`invito fu accolto e, l`anno dopo, Kubowitzki raggiunse l`urbe ed ebbe incontri anche in Vaticano.

Un secondo dato, che emerge dagli uffici dell`Unione delle comunità ebraiche italiane e da altri archivi, è che l`indicazione di Cantoni venne ripresa da Settimio Sorani, un altro esponente ebraico.

Sorani operò nella Delegazione per l`assistenza degli emigranti ebrei durante la guerra.

Attraverso l`Archivio ebraico Terracini, e la documentazione dell`Amenican Joint Distribution Committee,  dell`Hebrew Immigrant Aid Service, e quello del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea è possibile ricostruire la rete degli interventi.

Nell`area di Fiume, dove operava Palatucci, ci fu una durissima persecuzione antiebraica.

Mancano però notizie certe sulle sorti dell`archivio storico.

Quando la polizia tedesca incendiò,il 3o gennaio 1944, il tempio in via Pomerio 31, la biblioteca della comunità ebraica fu distrutta dalle fiamme.

Anche la biblioteca del  rabbino capo Frank fu portata via dai tedeschi dopo la deportazione della sua vedova.

In tale contesto, Sorani che nelle sue memorie,basate su documenti del 1939-1945, non fu tenero verso il Vaticano dedicò un intero paragrafo alla figura di Giovanni Palatucci.

Emergono dai suoi scritti dei punti mai contestati dai suoi contemporanei: il  "canale di Fiume"

(luogo di salvezza per gli ebrei), l`azione di  Palatucci a favore degli ebrei perseguitati, un numero elevato di salvati accertati (cinquemila), e un numero complessivo di salvati di cui non fu possibile quantificare la cifra.

Un terzo dato, ricavato confrontando tra loro testimonianze del tempo e documenti, riguarda gli scampati al lager che parlarono di Palatucci.

Non tenendo conto delle frasi generiche - inutili per i riscontri storici - delle espressioni di mero entusiasmo, delle affermazioni ripetute per sentito dire (rese talvolta  deboli dal trascorrere dei decenni), ed evidenziando pure talune imprecisioni dovute al tempo e alle tensioni legate ai drammi affrontati, è stato possibile stilare un elenco di ebrei che, in modo diretto o indiretto, furono aiutati da Palatucci nella fuga.

Queste persone indicarono tempi, luoghi, interlocutori, problemi economici, aspetti giuridici (documenti di riconoscimento), ambienti di rifugio, correligionari rimasti uccisi, speculatori e delatori.

In tale situazione, l`indicazione di Palatucci è precisa. I riscontri compiuti hanno dato esito positivo.

Nelle carte ritrovate molte furono portate via dai nazisti e poi dai titini - sono emerse varie strategie per salvare gli ebrei: fascicoli talvolta incompleti, il frequente uso del termine «irreperibile», datazioni non aggiornate, scambi di nomi, vuoti di trascrizione e così via.

Un quarto dato è stato ricavato dall`aiuto ricevuto dalla Svizzera, dalla Germania e dalla Croazia. Quando Palatucci fu arrestatonon venne fucilato.

Eppure, il reato di cui era accusato prevedeva la pena di morte; il processo ai traditori, in tempo di guerra, durava pochi minuti.

Per quasi un mese fu rinchiuso nel carcere di Trieste.

Gli storici si sono chiesti il perché.

Dalle ricerche compiute, risulta che furono fatti dei tentativi per salvargli la vita.

Un riscontro di ciò lo si trova nella lettera che il padre di Giovanni, Felice Palatucci, scrisse il 25 agosto 1950 a Gerda Frossard.

I tentativi mirati a salvare la vita al questore di Fiume furono attivati dal conte Marcel Frossard de Saugy che fu ascoltato dai nazisti perché - oltre a essere inserito in attività finanziarie - era marito di Gerda, nobildonna tedesca appartenente alla famiglia dei baroni von Biilow.

Il padre di Gerda, Adm von Biilow D itrik, era un socio di minoranza della Companhia Antartica Paulista, che fu uno dei punti di riferimento del processo di modernizzazione in Brasile.

Inoltre, prima della seconda guerra mondiale il Brasile aveva stretti contatti con la Germania nazista: erano partner economici e il Paese sudamericano ospitava il più grande partito nazifascista fuori d`Europa che contava più di quarantamila iscritti, specie nei centri di Belém, Salvador de Bahia,  San Paolo e Rio de Janeiro.

Non possono, quindi, essere esclusi contatti economici tra i von Biilow e i vertici di Berlino.

In conclusione, anche grazie ad altri riscontri, si può affermare che Palatucci non era considerato dai Superiori una persona di fiducia.

Dai documenti e dalle testimonianze studiate con metodo critico risulta che il reggente della  Questu-ra era sorvegliato in quanto persona che interagiva con ebrei anche all`esterno dell`ufficio.

La ricerca storica, a questo punto, conduce a Belgrado e ai suoi archivi, alla rilettura di tutte le istruttorie processuali a carico di dirigenti fascisti e nazisti che operarono nell`area di Fiume,

e all`individuazione del lavoro sotterraneo di rete per salvare gli ebrei.

Sono già stati acquisiti contributi provenienti dalla Prefettura di Trieste e dal lavoro dello studioso Aldo Viroli.

Questo potrebbe migliorare la conoscenza di molti fatti.

Pur non avendo ancora trovato le informative dei delatori, i verbali di interrogatorio (sotto tortura) di Palatucci, il dispositivo della sentenza di morte, e i verbali di Dachau, rimane un dato significativo: Palatucci non parlò.

Dopo il suo arresto non risultano fermi legati a sue dichiarazioni.